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Casi d’uso infrastrutturali

Proseguendo nell’opera di adeguamento della tecnica dei casi d’uso (Use-cases 2.0) Jacobson propone la definizione di casi d’uso infrastrutturali, per integrare gli aspetti non funzionali – essenziali per la gestione di ogni sistema, ma “interni” – che non trovavano posto nelle versioni iniziali della sua teoria.

Dall’articolo Use-Case 2.0, apparso su Communications of the ACM, maggio 2016:

Handling all types of requirements

Although they are one of the most popular techniques for describing systems’ functionality, use cases are also used to explore non-functional characteristics. The simplest way of doing this is to capture them as part of the use cases themselves—for example, relating performance requirements to the time taken between specific steps of a use case or listing the expected service levels for a use case as part of the use case itself.

Some non-functional characteristics are subtler than this and apply to many, if not all, of the use cases. This is particularly true when building layered architectures, including infrastructure components such as security, transaction management, messaging services, and data management. The requirements in these areas can still be expressed as use cases—separate use cases focused on the technical usage of the system. These additional use cases are called infrastructure use cases, as the requirements they contain will drive the creation of the infrastructure on which the application will run.

Casi d’uso 2.0

Ivar Jacobson ha pubblicato Use-Case 2.0 White Paper, in cui propone una serie di modifiche alla teoria e alla pratica dei casi d’uso.

Lo scopo è di rendere i casi d’uso più compatibili con lo sviluppo agile, in particolare con Scrum, e con le tecniche lean tipo Kanban.

Tra le proposte, centrale il concetto di “Use Case Slice”, cioè l’idea di poter affettare un caso d’uso per poterne gestire meglio la pianificazione, lo sviluppo e il test.

La crisi del software è discutibile

Una ricerca spesso citata sullo sviluppo software è il Chaos Report, pubblicato periodicamente a partire dal 1994 dallo Standish Group. Il Chaos Report classifica i progetti in tre categorie: successo (risultati coerenti con i requisiti iniziali, forniti nei tempi e con le risorse previsti); discutibili (risultati inferiori alle attese e/o tempi e/o costi maggiori); fallimenti.

I dati del Chaos Report si possono interpretare in diversi modi: una critica ragionevole in questo articolo di Scott Ambler sul Dr. Dobb’s Journal: The Non-Existent Software Crisis:  Debunking the Chaos Report.