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Bilanciare competenze scientifiche e umanistiche

Negli ultimi decenni le materie umanistiche hanno perso peso, e solo quelle scientifiche e tecnologiche sembrano importanti per la formazione.

Grave errore, sostiene Hal Berghel, professore di Computer Science alla University of Nevada, perché i sistemi complessi che servono oggi richiedono equilibrio tra le competenze scientifiche e quelle umanistiche.

“Nel desiderio di aumentare il livello tecnico e di ottenere una egemonia scientifica, abbiamo perso di vista il valore incredibile di una educazione complessiva, con effetti debilitanti sulla società odierna”.

Stem, Revisited“, in IEEE Computer, March 2014.

MOOC

MOOC è l’acronimo di Massive Open Online Course. Si tratta di corsi di formazione online, che dal 2012 vengono offerti gratuitamente da numerose università internazionali, o in modo diretto o tramite società come Coursera, edX, Udacity.

Il fenomeno è iniziato nel 2012 ed è destinato a durare, anche se il modello di business (chi e come ci guadagna) non è ancora chiaro, o quantomeno univoco. Il contenuto dei corsi è nella maggior parte dei casi identico a quello che i docenti trattano nei loro corsi in aula. Il rapporto dei partecipanti con il docente però non è e non potrebbe essere diretto, dato che ad ogni corso partecipano tipicamente migliaia o decine di migliaia di allievi.

Personalmente lavoro già da alcuni anni sui meccanismi di formazione online, con la pubblicazione in forma sperimentale di alcuni dei miei corsi e come docente dei corsi dell’AST – Association for Software Testing.

Nel caso dei corsi AST sul testing, alle sessioni formative partecipa un numero massimo di 15 allievi che lavorano con l’assistenza dei docenti (a differenza di quanto avviene nei MOOC) e vengono svolte esercitazioni individuali e di gruppo in un contesto internazionale e per un periodo di tempo definito e limitato.

In base alle mie esperienze come autore, come docente e come partecipante, penso che il formato online sia un utile complemento alla formazione “in presenza”, quella effettuata in aula, anche se più adatto a certi argomenti e meno ad altri.

I MOOC, in particolare, sono efficaci per trasmettere concetti e nozioni teoriche; decisamente meno per un apprendimento effettivo di tecniche da mettere poi in pratica nel lavoro quotidiano, dove la possibilità che l’aula offre di esercitarsi, commettere errori e ottenere suggerimenti e correzioni da parte del docente è fondamentale.

Sono ormai disponibili numerosi resoconti di esperienze e analisi del fenomeno MOOC. Segnalo un articolo apparso a dicembre 2012 su Communications of the ACM, “In the Year of Disruptive Education” di Paul Hyman, e un’intervista a Doug Schmidt, docente ed esperto di design pattern, in Software Engineering Radio.

Black Box Software Testing

Black Box Software Testing (BBST) è una serie di corsi online creati da Cem Kaner e gestiti dalla Association of Software Testing (AST).

I corsi della serie sono:

  • Foundations – Introduzione alle tematiche principali del testing del software
  • Bug Advocacy – Gestione del rapporto tra chi fa test, chi sviluppa, e gli altri ruoli coinvolti nei progetti software
  • Test Design – Panoramica e confronto tra le tecniche di progettazione dei test

Sono corsi impegnativi (anche Foundations), progettati con un’attenzione particolare agli aspetti didattici e formativi, molto utili. Sia per chi si sta avvicinando al testing che per chi già lo pratica a livello professionale.

Una descrizione più approfondita in questo articolo di Cem Kaner.

Competenze a T

In un mondo complesso come il nostro le specializzazioni sono
necessarie. Il “faccio tutto io” funziona solo in contesti limitati, non
in progetti dove è necessario il contributo di varie conoscenze ed
esperienze.

Lo sviluppo di software, in particolare, richiede competenze
specialistiche in diverse aree: competenze relative alla materia
trattata, agli aspetti relazionali e di comunicazione, all’analisi e
design del software e dei dati, tecnologiche. Quando anche solo una di
queste competenze manca, il prodotto finale ha poca qualità.

Le competenze specialistiche sono necessarie. Ma non sono sufficienti. È
necessario che si integrino e che non facciano a pugni tra loro. Cosa
che a volte capita quando tra specialisti di ambiti diversi non si trova
un linguaggio comune, un terreno d’incontro. Quando ognuno vede le cose
dal proprio punto di vista, e percepisce solo i problemi e le
opportunità legati a quel limitato punto di vista.

Come nella storia dell’elefante, nella quale a un gruppo di persone
cieche viene chiesto di toccare l’elefante e di dire poi a cosa
assomigli ciò che sta toccando. Chi tocca le zampe lo confronta a delle
colonne di un tempio, chi tocca la testa a una caldaia, chi tocca la
coda a una fune, chi tocca le zanne a un aratro. Nessuno riesce a
ottenere una visione d’insieme.

Per superare questo limite è necessario che chi partecipa ai progetti di
sviluppo acquisisca, oltre alla propria competenza specialistica, anche
una conoscenza almeno superficiale delle competenze con cui le sue si
devono integrare. Se sono un esperto di analisi dei requisiti, è utile
che sappia quali sono i problemi principali che gli sviluppatori
software devono di solito affrontare. E viceversa. Non devo diventare
esperto di tutto, ma devo sapere come integrare al meglio il mio lavoro
con quello degli altri, e per farlo devo conoscere il loro punto di
vista e le loro criticità.

Bisogna, in altri termini, sviluppare competenze a T. Come recita
Wikipedia, “Il concetto di competenze a T (T-shaped skills), o di
persone a T (T-shaped persons), è una metafora usata nelle assunzioni
del personale per descrivere le abilità delle persone”.

La linea verticale della T rappresenta la profondità delle competenze e
delle esperienze in uno specifico settore, mentre la linea orizzontale
rappresenta l’abilità di collaborare con esperti di altre aree, e di
usare in modo appropriato concetti propri degli altri settori.
Un’abilità indispensabile.

Su questo argomento, anche:
http://www.core77.com/hack2work/2009/09/on_being_tshaped.asp
http://www.noop.nl/2010/06/t-shaped-people.html
http://www.alfonsofuggetta.org/?p=9422

Insegnamento basato sulla pratica

Insegnare tramite la pratica, usando la teoria come supporto e non come unico punto di partenza, dà risultati più efficaci. Decisamente più efficaci.

Un articolo di Science il 13 maggio 2011 cita i risultati di uno studio relativo all’insegnamento di fisica all’University of British Columbia. Risultati che corrispondono alla mia esperienza didattica.

L’articolo di Science è a pagamento, ma una sintesi dei risultati è stata pubblicata su The Economist.

La nuova divisione del lavoro

È vero che l’informatica riduce posti di lavoro? Se sì, quali tipi di lavoro riduce? Il tema è trattato in modo approfondito in un testo del 2005 di Frank Levy e Richard Murnane: “The New Division of Labor. How Computers Are Creating the Next Job Market”.

Secondo gli autori, l’informatica riduce l’occupazione per i lavori, manuali e non, in cui l’attività è basata sul seguire delle regole e delle procedure. Non ha al contrario alcun effetto negativo, anzi, sui tipi di lavoro che richiedono essenzialmente competenze intellettuali (“expert thinking”) e capacità di comunicazione (“complex communication”).

Da notare il peso che gli autori attribuiscono alla necessità di formazione sulle competenze linguistiche – comunicative (“literacy”) e matematiche: maggiore il tasso di cambiamento in una società, maggiore l’esigenza di leggere e interpretare i cambiamenti in atto per adeguarsi senza esserne travolti.
Ne consegue che le capacità di capire e intervenire sulla realtà (“problem solving”) e di comunicare efficacemente non devono venire insegnate solo nei tipi di scuola più prestigiosi, come i nostri licei, ma anche negli indirizzi tecnici e professionali, in quanto critiche per la sopravvivenza nel mercato del lavoro.

Motori di risposta

I motori di ricerca sono usati da molte persone come l’unico strumento in grado di fornire risposta alle proprie esigenze informative, trascurando altri metodi più efficaci. Sono generalmente usati in modo elementare, senza sfruttarne le caratteristiche più avanzate. E come se fossero LA fonte di risposta alle proprie domande.
Lo sostiene Jacob Nielsen, che evidenzia i rischi di questo approccio nell’affrontare i problemi, portando come esempio l’uso pericoloso dei motori di ricerca per ottenere informazioni sulle malattie e sui sintomi.

Nielsen, esperto di usabilità, conclude il proprio articolo con un giudizio disarmante: “For today’s Web design projects, we must design for the way the world is, not the way we wish it were. This means accepting search dominance, and trying to help users with poor research skills. […] In the long term, we should try to improve the world rather than design to suit its shortcomings.”

Bisogna progettare meglio i siti per renderli più usabili, certo, ma non basta. Diventa necessario lavorare sulla formazione delle persone, insegnando ad usare efficacemente la rete per le proprie ricerche.

Efficacia formativa dei test di apprendimento

Quanto ci ricordiamo una settimana dopo aver letto un testo scientifico?

Uno studio ha confrontato i ricordi di gruppi diversi di studenti. Un primo gruppo aveva semplicemente letto una volta il testo, un secondo gruppo lo aveva letto 4 volte, un terzo gruppo lo aveva letto 2 volte, ma dopo ognuna delle due letture aveva affrontato un test di apprendimento sugli argomenti trattati dal testo.

Gli studenti che avevano letto 4 volte ricordavano il 64% in più rispetto agli studenti che avevano letto una sola volta. Ma gli studenti che avevano sostenuto i test ricordavano il 145% in più rispetto agli studenti che avevano semplicemente letto una volta.

Lo studio, di Jeffrey D. Karpicke e Janell R. Blunt della Purdue University, è pubblicato su Science.
Sull’argomento, una nota interessante di Jakob Nielsen.