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        NUOVE SFIDE PER LO SVILUPPO IN ITALIA

        di Adriano Comai (su ZeroUno, febbraio 1998)

        Dopo anni di crisi, per lo sviluppo software aumenta la domanda di applicazioni. I clienti sono tornati, ma il settore sarà in grado di soddisfarli?

        Tira aria di ripresa per lo sviluppo software. Un po’ per effetto della più generale ripresa dell’economia italiana. Un po’ per le necessità imposte dalle improrogabili scadenze di due eventi come l’arrivo della moneta unica europea e dell’anno 2000. Un po’, ma forse soprattutto, per le dinamiche di internazionalizzazione dei mercati, che hanno coinvolto, e stanno per sconvolgere, anche settori tradizionalmente molto tranquilli, spinti a mutare i propri equilibri consolidati. Aria di ripresa, si intende, per l’Italia, perché negli altri Paesi industrializzati a non c’è stata una caduta simile a quella che si è verificata da noi.
        La domanda informatica in Italia è stata, praticamente da sempre, ben inferiore a quella dei principali paesi industrializzati. È stata inferiore negli anni ottanta, all’epoca delle vacche grasse, quando ci si chiedeva se eravamo la quarta o la quinta economia mondiale, ma non investivamo nell’innovazione di processo e permettevamo che si approfondisse il degrado della pubblica amministrazione. Ed è stata inferiore all’inizio degli anni novanta, nel periodo della crisi. Mentre le principali economie europee investivano in tecnologie, in riorganizzazioni e in soluzioni applicative per ritornare ad essere competitive, le aziende italiane contraevano proprio gli investimenti in informatica, considerati non strategici.
        La povertà, quantitativa e qualitativa, della domanda ha contribuito pesantemente a ingenerare una debolezza strutturale dell’offerta.
        Nel settore dello sviluppo software l’Italia non ha mai brillato. In una classifica mondiale, le nostre aziende produttrici di software spariscono. Neppure restringendo il campo di osservazione a livello europeo è possibile trovare aziende italiane in posizioni significative.
        Fanno una parziale eccezione alcune realtà specifiche, che continuano a godere di una rendita di posizione nei settori della pubblica amministrazione o in altri mercati «captive». Ma al di là delle classifiche per fatturato, nessuna software house italiana è di fatto competitiva a livello europeo. Negli ultimi anni, anzi, società europee ed americane hanno trovato da noi un comodo terreno di caccia, acquisendo senza troppa fatica software house italiane di medie dimensioni per stabilire una testa di ponte nel Paese. Certo, le motivazioni della debolezza del settore non stanno solo nella povertà della domanda. È mancata una politica per l’informatica da parte dei diversi governi, si è verificata una separazione più netta che altrove tra l’università e il mondo produttivo, e il perdurare di logiche di mercato captive non ha certamente favorito l’emergere di realtà innovative.

        Un punto di svolta
        Ma questo quadro è destinato a cambiare: volente, o più spesso nolente, il mondo economico italiano si trova a fronteggiare gli effetti della competizione internazionale e della liberalizzazione dei mercati. Dalle telcom ai trasporti, dall’energia ai servizi e persino in campo bancario ed assicurativo, anche settori da noi tradizionalmente immobili si trovano di fronte a sfide  cui bisogna reagire con tempestività ed efficacia. Scenari competitivi nei quali l’informatica non può più essere un freno, ma deve necessariamente diventare una leva per il cambiamento.
        Si tratti di adeguare i sistemi esistenti a esigenze non dilazionabili (Euro), di far fronte alle sfide e alle opportunità derivanti dall’avanzamento delle tecnologie (presenza in Internet, gestione della firma elettronica...) o della decisione di muoversi in modo attivo verso l’innovazione di processo, aziende appartenenti a settori diversi stanno scoprendo il bisogno di nuove soluzioni applicative come strumento per restare sul mercato in modo competitivo. Anche la pubblica amministrazione, sia centrale che locale, è costretta ad aggiornare con urgenza i propri sistemi, per rispondere in modo adeguato alla crescente insofferenza di cittadini e imprese per livelli di servizio non più sopportabili.
        La richiesta di prodotti applicativi, di soluzioni efficaci per le esigenze concrete di business sta dunque montando. Come farvi fronte? Il settore dell’offerta di sviluppo software è in grado di rispondere alla crescente domanda proveniente dal mercato? Difficile dirlo. Possiamo però provare a vedere qual è la situazione dei diversi aspetti che entrano in gioco in un’attività produttiva come lo sviluppo del software.
        Un modello generalmente riconosciuto evidenzia quattro dimensioni significative di questa attività: il prodotto (ciò che è da produrre); la tecnologia con cui si opera; il processo, ossia il modo di operare utilizzato dall’organizzazione di sviluppo; le risorse umane, ossia le caratteristiche del personale addetto allo sviluppo.

        Il prodotto
        Le esigenze applicative provenienti dai diversi settori del mondo produttivo sono, come detto, il fattore trainante per la ripresa della domanda. Quasi sempre si tratta di applicazioni con natura innovativa: utilizzo di warehouse per attività di marketing, commercio elettronico, soluzioni business-to-business, customer care, internet banking.
        Spesso i destinatari dell’applicazione sono diversi da coloro che utilizzano i sistemi tradizionali all’interno dell’azienda: sono clienti finali o interlocutori di business, che comunque non possono ricevere forme di training analoghe a quelle destinate agli utenti aziendali. In alcuni casi, ad esempio per i siti Web delle aziende orientate all’export, si pongono problemi relativi alla lingua e alla cultura dei destinatari dell’applicazione. Anche le forme di comunicazione utilizzate per l’interfaccia tra gli utilizzatori ed il sistema sono sovente innovative, con una crescente necessità di gestire dati multimediali (immagini e suoni).

        La tecnologia
        Attraversando le epoche del downsizing e dei client server grassi e magri, per arrivare ad Internet e alle intranet, l’ultimo decennio ha visto un susseguirsi di rivoluzioni nelle architetture dei sistemi. Nel settore delle tecniche di progettazione, si è passati dall’approccio strutturato a quello ad oggetti, per giungere al nuovo paradigma basato su componenti riutilizzabili.
        Per quanto concerne la programmazione, dieci anni fa gli ambienti e i linguaggi di sviluppo visuali non esistevano ancora e le interfacce grafiche muovevano appena i primi passi. La tecnologia informatica ha fatto davvero dei passi da gigante, basti pensare alle variazioni in termini di rapporto costo/prestazioni per la potenza elaborativa, la velocità di trasmissione dati, la disponibilità di memoria.
        Ma gran parte dei sistemi applicativi esistenti sono scritti usando linguaggi e tecnologie quasi, se non del tutto, obsolete. E il know-how esistente in molte aziende, sia tra gli addetti allo sviluppo, sia tra chi si occupa di gestione, è ancora prevalentemente legato a quelle tecnologie.

        Il processo
        Progetti applicativi rilasciati in ritardo e con costi molto superiori alle previsioni; altri progetti cancellati cammin facendo; esperienze ripetute di conflitti tra i committenti-utenti e i progettisti software per requisiti non chiariti o non compresi, e comunque troppo mutevoli; contenziosi tra clienti e software house per progetti garantiti «chiavi in mano» e non riusciti... Crediamo si possa tranquillamente sostenere che un progetto che rilasci le funzionalità effettivamente richieste dal committente, restando entro tempi e costi preventivati, è ancora più l’eccezione che la regola.
        Non che manchino metodi e linee guida efficaci. Vi sono studi molto ricchi sui rischi legati ai progetti ed esperienze sulle strategie per prevenirli. Sono da anni disponibili criteri di valutazione che permettono di individuare i punti di debolezza delle organizzazioni che sviluppano software e che indicano il modo per porvi rimedio. E i criteri di qualità del software sono diventati addirittura uno standard internazionale, con la serie Iso 9000.
        Ma tutte queste esperienze sono poco conosciute, e ancor meno applicate, e molte realtà continuano a rifare gli stessi errori, confidando nell’ultima moda tecnologica (sia essa il client server, l’object oriented, o il componentware) per migliorare la qualità dei progetti e la produttività.
        Eppure, su questo terreno, qualcosa comincia a muoversi. Project management, definizione dei requisiti e gestione della loro evoluzione, utilizzo di metriche funzionali nel dimensionamento delle applicazioni, come base per la stipula dei contratti tra clienti e fornitori.
        I piccoli passi indispensabili per garantire ai progetti qualche possibilità di successo cominciano ad essere percorsi. E chissà che non si arrivi alla comprensione diffusa di una verità tanto semplice quanto trascurata: che le applicazioni software, come le case, è meglio progettarle con cura prima di costruirle.

        Gli sviluppatori
        Siamo un popolo di santi, poeti, artisti e navigatori. Di stilisti e di designer. Di scienziati, anche, sia pure poco considerati e costretti quasi sempre ad emigrare per poter lavorare davvero. Ma non di progettisti software.
        Almeno, questo è quello che viene percepito a livello di opinione pubblica. Non traspare il fatto che i progettisti software siano decine di migliaia, né che si tratta di uno dei settori più rilevanti, in termini di fatturato, del cosiddetto terziario avanzato. Un’assenza di visibilità quasi totale, che né le associazioni imprenditoriali di categoria (peraltro deboli e divise), né quelle professionali (se così è possibile definirle) contribuiscono a risolvere, e che ha riflessi negativi sia per gli interessi della categoria, di fatto non riconosciuta come tale, sia per le possibilità di svolgere un ruolo protagonista sul fronte dell’innovazione.
        Eppure, anche se con differenze marcate tra le diverse aree economiche e produttive del nostro paese (sulle quali indagheremo), il settore della progettazione software è un comparto dinamico, che dovrà svolgere un compito importante nell’adeguamento dell’economia italiana ai nuovi scenari europei ed internazionali. In questa prospettiva, i temi cruciali sono le politiche della formazione e il mercato del lavoro. Dopo anni di crisi, che in alcune aree hanno portato ad esuberi e cassa integrazione per gli specialisti informatici, il mercato del lavoro ricomincia a tirare, e già si sente parlare di mancanza di risorse e di skill sufficienti per gli anni a venire. Riemerge quindi il tema di definire percorsi formativi adeguati per i professionisti dello sviluppo software, sia prima dell’ingresso nel mondo del lavoro (Università, scuole ad indirizzo tecnico-informatico) che in seguito (formazione specialistica, aggiornamento professionale), come condizione indispensabile per rispondere alle sfide produttive che attendono il settore. Di tutto questo scenario daremo, nel corso del ‘98, visibilità attraverso numerosi articoli. .
         

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