L’immagine sociale del programmatore

Nei paesi più vitali dal punto di vista economico, come Stati Uniti, nord Europa, Cina, India, il ruolo del programmatore software è ben conosciuto, e considerato in modo molto positivo.

Lo sviluppo software è trattato frequentemente dai media non specializzati (giornali e riviste per non addetti ai lavori, televisioni). I programmatori compaiono nelle pubblicità e in fumetti diffusi, come Dilbert. Soprattutto, partiti politici e governi hanno ben chiara l’importanza dello sviluppo software e provano ad incentivarlo il più possibile.

Un esempio: in Estonia è stata appena approvata una legge per insegnare la programmazione nelle scuole, a partire dalle elementari, in quanto la programmazione software è ritenuta un fattore strategico per il paese e in Estonia, dove tra l’altro si sviluppa Skype, mancano programmatori.

In Italia, invece, il ruolo di programmatore software è da sempre poco noto. Se ne parla poco, o per nulla. E laddove è conosciuto, come all’interno dei settori IT delle organizzazioni (grandi e medio-grandi), è considerato come un ruolo di secondo piano.

Almeno dagli anni settanta del ‘900, esistono centinaia di migliaia di persone che operano nel campo del software in Italia. Ma mi occupo di informatica da oltre 30 anni e mi è capitato molto raramente di leggere un articolo sullo sviluppo software in una rivista non specializzata. Sarò stato distratto, forse. Ma sicuramente si è parlato molto di più dei tassisti.

Forse è anche per questo motivo che l’immagine sociale del programmatore software in Italia è così scarsa. In molte organizzazioni italiane il ruolo del programmatore è probabilmente uno di quelli meno considerati. Un ruolo di basso livello, operativo, con basso status sociale. Uno dei primi ruoli da eliminare, da esternalizzare, perché non porta valore aggiunto all’azienda.

Ma forse, invece, a ben guardare, lo sviluppo software porta valore aggiunto. Forse, la programmazione software non è affatto un’attività operativa, ripetitiva, di basso livello intellettuale.

Lo dimostrano i paesi più dinamici e vitali dal punto di vista economico, che hanno bisogno di programmatori e cercano in ogni modo di attrarli dall’estero. E anche molte aziende, come la General Motors, che dopo aver attraversato ed essere uscita da una crisi profonda ha capito che si era spinta troppo in là, con l’outsourcing dello sviluppo software, e sta ora assumendo migliaia di programmatori.

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